domenica 28 aprile 2013

Cultura tedesca del pane


Interno della Panetteria "Mildenberger", Fellbach, Germania - 27/4/2012
 

Al di fuori della Germania non sono molti probabilmente coloro che considerano il pane tra le specialità tipiche tedesche eppure proprio il Brot, nelle sue innumerevoli declinazioni regionali e locali, è da considerarsi uno dei suoi prodotti alimentari più attraenti ed intriganti. Vasco Cesana nel corso della sua esperienza in Germania ha imparato a conoscerlo ed apprezzarlo ed ha avuto modo anche di notare la competenza ed attenzione dei tedeschi per la qualità del pane. Una vera e propria cultura del pane, che si riscontra anche nell’alto livello delle panetterie e nell’articolazione e ricercatezza dei prodotti forniti. Una cultura del pane naturalmente esiste un po’ dappertutto, almeno ad ovest della muraglia cinese e del mar del Giappone e Vasco Cesana nei suoi viaggi non ha mai mancato di esplorare a fondo le abitudini panificatorie dei diversi paesi degustando con interesse quantità sempre cospicue delle locali varianti, dallo straordinario Naan provato in diverse regioni dell’India soprattutto settentrionale alle variazioni di “Pita bread” dei paesi arabi, fino al Mannakish libanese. Per non parlare delle indimenticabili baguette tradition assiduamente provate nel Nord della Francia, delle focacce liguri o delle eccellenti panetterie tradizionali che ancora si trovano in qualche quartiere di Roma.
 
Vollkornbrot di Treibner, Stoccarda - marzo 2013
 
In Germania comunque gli sembra che l’attenzione per la qualità e la varietà dei cereali utilizzati sia veramente alta, anche nella spesa di tutti i giorni e che la rete di panificatori sia molto capillare e di alto livello. In tutti i quartieri e nei villaggi, il panettiere è quasi sempre il negozio più invitante ed affollato e anche nei supermercati la panetteria è in genere separata e gestita in proprio da produttori o catene locali. Il Baden Württemberg, con i suoi 372 tipi di pane ufficialmente registrati,  è una delle regioni dove più questa cultura tedesca del pane è sviluppata. Non a caso vicino ad Heidelberg, a Weinheim, ha sede l’Accademia degli artigiani panificatori della Germania (Akademie Deutsches Bäckerhandwerk), praticamente una Università del pane, con corsi di tutti i tipi e pure un frequentato “International Diploma in German Baking” ed a Ulm pare che ci sia perfino un Museo del Pane. 
 
Come sempre, alla base di tutto questo,  c’è la natura, il clima e, poi, l’agricoltura, l’economia, la cultura e, oggi, la capacità di difendere e fare evolvere i saperi tradizionali senza farli schiacciare dalla standardizzazione della grande distribuzione. Il Baden Württemberg, pur essendo una delle regioni trainanti europee dal punto di vista industriale è forse una delle regioni che più riesce a far convivere la sua vocazione tecnologica con un’agricoltura ancora vitale e per certi aspetti tradizionale. Vasco Cesana, girovagando per la regione, ne ha una sensazione quasi “fisica” osservando la tranquillità e l’armonica disposizione degli spazi agricoli punteggiati da casolari e villaggi e spesso circondati da boschi e foreste e magari bevendosi una birra artigianale dei piccoli produttori della zona o mangiandosi, appunto, un bel Brotchen imbottito di prosciutto affumicato e cetrioli.
 


 
 La consapevolezza di queste specificità, fortunatamente ed anche grazie, per una volta, ad un impulso di matrice italica (Slowfood, ben radicata nella regione) è negli ultimi anni cresciuta ed anche i cereali locali, in passato soppiantati dalle varietà più standardizzate, sono ora oggetto di protezione e valorizzazione, come lo Schwäbischer Alb-Weizen (Frumento del Giura Svevo), il corrispondente Dinkel (Farro) ed il Schwäbischer Dickkopf-Landweizen, una rara varietà di frumento locale diventato “Passeggero dell’Arca dei Sapori” nel febbraio 2013 dove già da qualche anno figurano come “presidio” anche le “Lenticchie dello Schwäbischer Alb”.  A questo bisogna aggiungere anche la sempre maggiore quota di produttori Bio che dà luogo in alcuni casi ad una catena completa del pane su basi rigorosamente biologiche.  

Roggenmischbrot (pane con segale dal 51 al 80%),
Panetteria Klinsmann, Botnang, aprile 2013

 
Il Pane al Salone del Gusto di Stoccarda, 12/4/2013
 La varietà di cereali è alla base dei diversi tipi di pane tedeschi che tradizionalmente sono classificati in base alla percentuale di segale per i pani neri (Roggenbrote  o Roggenmischbrote), o di frumento per quelli più chiari (Weizenbrote o Weizenmischbrote). L’altra variante è la dimensione che distingue il vero e proprio Brot, il pane intero da tagliare a fette (nelle panetterie viene chiesto sempre se si gradisce tagliato, Vasco risponde sempre di no, almeno quando capisce la domanda dato che spesso gli viene posta con accenti dialettali incomprensibili) dai Brotchen (in Austria vengono chiamati Semmel) che sono invece i panini.  La varietà di cereali e la preparazione tende a dare al pane tedesco un sapore deciso che può risultare piuttosto dominante in particolare se abbinata a cibi dal gusto delicato.  Per il gusto italiano questo può risultare problematico in particolare in abbinamento con salumi e formaggi di indole meno “aggressiva” ed anche nel consumo a tutto pasto come si usa in Italia. Ad esempio un gustosissimo Vollkornbrot tedesco abbatterebbe imperdonabilmente le sottili fragranze di una deliziosa fettina di mortadella appena tagliata o di un prezioso culatello di Zibello. Meglio, molto meglio va con i prosciutti affumicati diffusi (fin troppo) in Germania o, ovviamente, con il Sudtiroler Speck. Discorso simile con i formaggi, bene con gli stagionati, male con formaggi freschi e mozzarelle. Perfetto invece il gorgonzola dolce spalmato morbidamente su un coriaceo taglio di pane integrale multi cereale tedesco. Ideale.


Di questa ricchezza ed alta qualità  della panificazione tedesca non c’è traccia nelle trattorie e ristoranti locali, a parte ovviamente quelli più rinomati o stellati che in genere non fanno mancare il cestino del pane con una selezione di produzione propria. I visitatori italiani di passaggio infatti si notano spesso nelle  trattorie intenti faticosamente a chiedere del pane e quando, dopo improbabile gesti ed incomprensibili pronunce, riescono a farsi capire, si vedono recapitare un mesto cestino con tre misere fette di pane di segale, in genere della qualità peggiore. Il problema è, anche qui, culturale. La straordinaria varietà dei prodotti della panificazione tedesca non è infatti destinata al consumo a pranzo dove, nel tradizionale equilibrio alimentare tra proteine e carboidrati il pane viene soppiantato dalle patate, ma al fuori pasto e, soprattutto alla colazione o, secondo la tradizione contadina tedesca, al vesper, la leggera merenda a base di formaggio, wurst, insalata ed, appunto, pane che si dovrebbe consumare nel tardo pomeriggio (i precetti svevi dicono prima delle 18) evitando di appesantire lo stomaco prima di andare a dormire (presto).  Il pane in diverse qualità viene infatti consumato abbondantemente alla mattina, come Fruhstuck o anche nel corso della mattinata. A Vasco Cesana è capitato di sognare di trovarsi da un fornaio mentre era appisolato in un vagone delle Deutsche Bahn sulla linea Stoccarda-Mannheim-Bonn di primissima mattina mentre nei posti di fianco una comitiva di pendolari sfoderava dalle borse una serie di pani fragranti appena sfornati. Si svegliò definitivamente, intorno alle 7, attanagliato da un appetito atroce, quando i vicini cominciarono ad affettare i salami e nel vagone cominciò a librarsi un profumo inebriante di salame affumicato di cinghiale della Foresta Nera.
 
La Panetteria Klinsmann a Botnang, della famiglia dell'ex calciatore dell'Inter ed allenatore della nazionale tedesca
 
Frequentando le panetteria di Stoccarda e dintorni, Vasco ha sempre trovato una buona qualità ed in genere ha registrato con soddisfazione la ottima “tenuta” del pane tedesco nel tempo. Anche dopo 3 o 4 giorni in genere i Brot svevi, a differenza delle michette che compra quando è in Brianza che in genere sono già immangiabili dopo poche ore, sono più che commestibili e sufficientemente fragranti. Alcuni indirizzi? Indicazioni se ne possono trovare anche sul web dove sono riportate mappe delle panetterie con precisione quasi “militare” come nei siti
Ingresso della Panetteria Treiber a Sillenbuch
Backerei Finder o Plotzblog. In centro è da segnalare la Hafendorfer che ha anche un negozio sulla Koenigstrasse mentre molto rinomata, ma situata un po’ fuori, a Fellbach, è la panetteria Mildenberger, con diversi pani premiati con la qualità oro dall’Istituto degli Artigiani panificatori tedeschi. Interessante, e buono, il “Brotwechsel” pubblicizzato come “il pane da 14 giorni”. A Botnang va segnalata la panetteria Klinsmann. Sì, proprio lui, quello che i tifosi interisti ricordano come “la pantegana bionda” ed i tedeschi celebrano come il loro migliore allenatore della nazionale di calcio, è nato proprio qui e la panetteria è ancora gestita dalla sua famiglia. Oltre tutto, offre un interessante Pane biologico della Foresta Nera.  Più lontano nella regione i panettieri di Bad Urach sono considerati gli inventori del Pretzel.
 
Il pane "Brotwechsel" della Backerei Mildenberger a Fellbach
 Tra i panettieri di Stoccarda provati da Vasco Cesana un marchio da tenere in considerazione, rappresentando un buon compromesso tra qualità e crescita “industriale” è Treiber diventata oggi una catena di una trentina di panetterie, ubicate prevalentemente nei sobborghi esterni di Stoccarda, che si sono sviluppate a partire da quella di una famiglia di panettieri locali ispirati alla filosofia dello “slow baking”. Eccellenti, oltre ai diversi tipi di pane, in particolare il Vollkornbrot, anche i piccoli “krapfen” con rivestimento croccante ed interno morbido quasi “crudo”. Veramente gustosi. Osservando quelli più grandi, che qui si chiamano Berliner  non può non ricordare come da piccolo una delle prime parole che imparò a pronunciare, con apprendimento velocizzato dalla golosità e pare con perfetta pronuncia teutonica, fosse proprio Krapfen. Un termine tedesco entrato nell’uso comune di alcune regioni italiani attraverso storiche  linee di influenza politica e di rapporti commerciali. Che ci ricorda come la cultura tedesca del pane e la bravura dei suoi panificatori ha radici antiche e tuttora, come abbiamo visto, vitali. 
I Berliner di Treibner, Sillenbuch, Stoccarda, Baden Wurttemberg - febbraio 2013

 

domenica 31 marzo 2013

Nella Selva Lacandona, Chiapas – Mexico


Nella Selva Lacandona, Chiapas, Mexico - luglio 2004

(dall’archivio di Vasco Cesana – estratto appunti del viaggio in Messico - luglio 2004 - immagini con riproduzione digitale da diapositive)
“Dopo la visita di Palenque e visto il lungo itinerario che ci aspetta per risalire verso Mexico City passando per lo Yucatan decidiamo di visitare la Selva Lacandona con una escursione organizzata di un giorno in minibus. Con così poco tempo a disposizione da soli non riusciremmo a farcela. Tra l’altro ci riferiscono che secondo le locali prescrizioni di sicurezza in vigore avremmo dovuto viaggiare in convogli di auto scortati e quindi con limitate possibilità di movimento. La compagnia nel minibus non è male: una chica muy guapa di Mexico City e relativo boyfriend, alcuni giovani belgi timidi, una coppia di tedeschi molto ciarlieri, uno svizzero super attrezzato con impiantino di aria condizionata al collo. In effetti in questa zona bassa del Messico il caldo, umido e tropicale, è veramente tosto.
Partiamo alle 6 di mattina e discendiamo lungo la Carretera Fronteriza che scorre per circa 180 km. da Palenque a Frontera Corozal al confine con il Guatemala di fianco alla Riserva della Biosfera di Monte Azul, che rappresenta il cuore più selvaggio della Selva Lacandona nonché la base del EZLN, il fronte zapatista del comandante Marcos. Ai lati della strada se ne vedono in effetti alcune tracce con bandiere e cartelli ma non riusciamo più di tanto ad approfondire la situazione. La sensazione è che l’area di foresta “primaria” sia confinata nelle riserva, forse anche lì piuttosto minacciata, mentre all’esterno prevalgono le zone deforestate con alcuni pascoli dall’aspetto quasi “svizzero” e filari un po’ disordinati di mais che peraltro qui si trova nella sua zona d’elezione date le origini maya della sua coltivazione. La deforestazione appare evidente per i primi 100 km della Carretera. Poi, finalmente, la foresta prevale e avvolge quasi completamente i restanti 60-70 km. con solo un paio di insediamenti e di farmers. Quando la foresta old growth prevale, ad esempio intorno a Bonampak e lungo il fiume Ochilango verso Yaxchilan, è di una bellezza struggente che nessuna opera umana, Maya, Mexicana o Gringos riuscirà mai ad emulare. Quando ci entri, la senti letteralmente pulsare di vita. Qui la biodiversità  non è un concetto astratto ma una sensazione fisica, sensuale, che ti avvolge nei colori dei suoi fiori variopinti, negli odori che mutano ad ogni angolo, nei suoni e negli echi dei canti e dei versi degli animali e degli uccelli che si rincorrono nelle sue ombrosità impenetrabili: le cicale con i loro frilli quasi elettrici, il tambureggiare di picchi invisibili, i versi gutturali delle scimmie urlatrici, i richiami di bestie indefinite.

Risalendo l'Ochilango, confine tra Messico e Guatemala - luglio 2004

Questa ricchezza intrinseca, unita forse anche ad un po’ di fortuna, ci consente, risalendo l’Ochilango sulle agili lance locali per raggiungere Yaxchilan, di vedere volare sopra di noi due delle meno di cento Ara macao superstiti allo stato selvatico nel Messico meridionale. Come due grandi velivoli dalla carlinga rosso fuoco attraversano il fiume e si dirigono verso il Guatemala. Non manchiamo anche un altro degli uccelli più suggestivi della foresta, il meno raro Tucano Kill Billed.


Uno degli imponenti edifici del sito Maya di Yaxchilan, ca. 700 DC

A Yaxchilan possiamo vedere da vicino le famose scimmie urlatrici che, con assoluta naturalezza e selvaticità, mangiano frutta sugli alberi intorno alla zona archeologica fregandosene altamente di noi. Sotto di loro ed in modo sparso nel raggio di circa 1km. gli edifici di questa importante città Maya risalente all’otto-novecento d.c. appaiono armonicamente calati in uno dei tratti di foresta più integra. Forse non a caso la dinastia che la abitava era quella dei “Giaguari” come raffigurato anche in diverse iscrizioni e rilievi. Come a rimarcare il perfetto adattamento alla foresta.
 
Stele a Chaan Muan, Bonampak
 Rispetto ad altri più celebri siti Maya quello di Yaxchilan manca di piramidi particolarmente elaborate ma forse è quello che mi ha colpito di più per la perfetta fusione con l’ambiente e la bellezza del colpo d’occhio sulla foresta dall’alto degli edifici più alti. Inoltre, a differenza dei siti più famosi, i visitatori sono piuttosto radi  e non ci sono le orde di turisti in pullmann che prendono d’assalto, ad esempio, Palenque.    
Ritornati nelle lance risaliamo l’Ochilango controcorrente per circa un’ora ed un quarto. Sulla sponda ci guarda con interesse un bell’esemplare di coccodrillo adulto. Risaliti in Minibus dopo circa mezz’ora ritornando in direzione di Palenque ci fermiamo nell’altro sito Maya di Bonampak, famoso per le sue pitture ma che, almeno nella parte per noi accessibile, risultavano piuttosto degradate.
Suggestivi anche i bassorilievi disposti nei pressi della “Plaza central” e sempre bellissima la foresta intorno. Dato il caldo veramente notevole cominciamo a dare qualche segno di stanchezza e rientrando nel minibus la comitiva appare piuttosto provata.
Bonampak, Selva Lacandona, Mexico -luglio 2004
Sostiamo a fare benzina in un villaggio ai bordi della strada. Faccio quattro passi intorno e noto che quasi tutti gli abitanti hanno i capelli lunghi e mantelli chiari. Mi ricordano un po’ dei freaks ed un po’ dei folletti della foresta, dandomi una sensazione di atavica, distinta, saggezza. Sono gli indios Lacandones, abitanti della selva che fino a pochi decenni fa non avevano avuto contatti con l’esterno. O forse non li avevano voluti,  a ragione dato che da allora si sono decimati e rimasti in poche centinaia sparsi in qualche villaggio nella foresta. Una ragazzina lacandonas vestita con la sua tunica ocra ed i lunghi capelli neri mi avvicina per vendermi un suo piccolo giaguaro in legno. Lo compro e gli lascio anche il resto. Mi piace l’idea di portare con me il suo giaguaro che mi ricorderà la fierezza dei suoi occhi e di questa mitica, impenetrabile Selva Lacandona, rifugio di zapatisti, rosse ara macao, scimmie urlatrici e aquile mangiatrici di scimmie, giaguari e saggi indiani. Tutti minacciati e tutti irriducibilmente avvinghiati alla loro selva, al confine tra nord e sud delle Americhe, là dove finisce l’Occidente”.  

Scimmia urlatrice, Selva Lacandona, Chiapas, Messico - luglio 2004

 

 

 


domenica 10 marzo 2013

Lungo la Neckar ed il Max-Eyth-See, Stoccarda



Ponte ciclopedonale sulla Neckar con Oche selvatiche - Stoccarda, 3/3/2013
Per la prima volta da quando si trova a Stoccarda Vasco Cesana decide di fare una passeggiata lungo la Neckar, il fiume che la attraversa, e sceglie di visitare la zona intorno al Max-Eyth-See, un lago alimentato da una chiusa non lontano dalla parte più industriale della città, tra gli stabilimenti Mercedes di Bad Cannstatt e quelli Porsche di Zuffenhausen. La fa in occasione praticamente della prima, o seconda, giornata di sole dell’anno, in una domenica di inizio marzo.
Terrazzamenti a vigneto lungo la Neckar - Stoccarda, 3/3/2013
 
Ancora una volta il mosaico urbano-industriale-agricolo-naturale di Stoccarda riesce a stupirlo: nonostante la vicinanza alle zone industriali ed ai relativi quartieri residenziali di supporto la zona si presenta come una conca naturale dai connotati gradevolmente agresti e di campagna, con i vigneti a terrazzo che digradano dalle colline accompagnando il tranquillo corso della Neckar solcato da barche e barchette, fiancheggiato da filari di alberi e boschi. Ai lati per una lunghezza di circa 1 km il lago.  Colonna sonora i richiami ed i battiti delle ali in volo di diversi gruppi di oche selvatiche che si spostano continuamente tra il lago, i campi ed il fiume. In una zona non accessibile ai margini del lago gli aironi sono già intenti alla nidificazione. Molto particolare. Non sono molte le città che possono offrire questi scorci all’interno del proprio perimetro urbano e, soprattutto, quando ospitano nelle adiacenze due dei siti più importanti dell’industria automobilistica mondiale, i siti storici dove sono nate la Mercedes e la Porsche.
Garzaia sul Max-Eyth-See - Stoccarda, 3/3/2013

Quartiere di Muhlhausen 
E’ proprio al fondatore dell’omonima casa automobilistica, all’Ingegner Ferdinand Porsche, che il Max-Eyth-See deve anche una sua relativa importanza storica. Questo straordinario progettista, inventore tra l’altro della prima “auto del popolo” (Volkswagen),  sviluppò infatti provandoli giusto nelle calme acque del Max-Eyth-See i primi modelli di veicolo anfibio, le  “Schwimmwagen “, usate  dall’esercito tedesco durante la seconda guerra mondiale. Alcune foto e la ricostruzione di questa ed altre storie del luogo sono su alcuni pannelli posti sull’istmo in mezzo al lago e si possono consultare magari mangiandosi un wurstel del ristorantino adiacente. Il lago è comunque molto frequentato nelle giornate festive e più tranquilla e suggestiva è la passeggiata lungo la Neckar.
Strolaga mezzana (Gavia arctica) sulla Neckar - Stoccarda, 3/3/2013
Vasco la percorre con calma, osservando con un po’ di distacco postprandiale la vocazione sportiva dei tedeschi che qualche volta gli appare perfino eccessiva, assecondata però da infrastrutture e percorsi di prim’ordine. Molto bella la pista ciclopedonale lungo la Neckar e possibilità per tutti di provare a canoare o a fare canottaggio lungo il fiume. Non c’è che dire, tutto molto civile e, soprattutto, ben conservati anche gli spazi naturali pur se all’interno di aree urbane ed industriali. Anche la strolaga, fermatasi a riposare a Stoccarda lungo la Neckar sulla via del ritorno verso il grande Nord, ringrazia.   

Lungo la Neckar - Stoccarda, 3/3/2013

 

giovedì 31 gennaio 2013

Garden winter birds 2 - Peppole and friends


Peppola (Fringilla montifringilla), maschio - in the garden, 28/12/2012
 Sembra proprio che ogni inverno voglia riservare per il viaggio ad emissioni zero di Vasco Cesana nella sua casa base in Brianza una sua particolarità, una sua specie distintiva che contraddistingue le presenze della stagione nel suo giardino e nei dintorni della mangiatoia attrezzata nei mesi più freddi.
Fiorrancino (Regulus ignicapilla) - In the garden- dic2011
Negli inverni scorsi ad esempio, in aggiunta alle specie frequentatrici abituali, avevano fatto la loro comparsa, nell’ordine, una coppia di zigoli neri poi, nel 2010-2011, un frosone e, nel 2011-2012, per alcune settimane, si erano insediati in zona un paio di fiorrancini, portando il totale delle specie registrate in giardino alla non disprezzabile cifra di 75 . In questo inverno 2012-2013 invece è la volta delle peppole, che hanno iniziato quest’anno per la prima volta a frequentare la mangiatoia in giardino in compagnia del consueto gruppo di fringuelli.
 
Peppola - In the garden, 3 gennaio 2013
 
Peppola, femmina - In the garden, 4 gennaio 2013
 
 
 
La peppola (fringilla montifringilla) è un uccello nordeuropeo, stretto parente del fringuello, che nidifica in Scandinavia e Russia settentrionale e sverna comunemente nell’Europa centromeridionale. In alcuni inverni è molto diffusa, in altri meno, ma generalmente si osserva facilmente anche nelle residue campagne brianzole mentre è più occasionale la sua presenza nei giardini delle zone abitate.
Peppola in mangiatoia, 4/1/13
Peppole e semi di girasole, 28/12/12
Per le peppole, come per la maggior parte dei Garden winter birds del giardino di Vasco, il cibo preferito sono i semi di girasole, preferibilmente sparsi a terra, ma anche, come appurato, all’interno della mangiatoia.  
Ne mangiano una quantità veramente notevole e, con la loro presenza, ha dovuto incrementare notevolmente le dosi giornaliere di semi, acquistati quest’anno nella sua sede lavorativa in  Germania. A proposito:  in Germania i supermercati nel periodo invernale hanno interi scaffali adibiti esclusivamente al cibo per gli uccelli selvatici e le mangiatoie, con mix mirati per le diverse specie di uccelli ed una sezione speciale destinata alle cince …un lusso frutto dell’opulenza teutonica? No, semplice, autentica, cultura della natura. Da ammirare.   

Peppola, maschio - In the garden - 4/1/2013

 

Cinciarella - In the garden, dicembre 2012

 
Cinciallegra - In the garden, 26/1/2013

Cincia mora (Periparus ater) - In the garden,4 gennaio 2013  

Verdone (Chloris chloris), femmina - In the garden, 26/1/2013


Garden winter birds - gennaio 2013

sabato 12 gennaio 2013

Genova a Capodanno

 
Genova: un "gozzo" di pescatori - 1 gennaio 2013
Vasco Cesana, pensando ad una possibile meta per passare il capodanno, si chiede: “dove trovare un posto non lontano ma interessante che non ho avuto ancora occasione di visitare?”, “come evitare le più affollate rotte turistiche  trovando una camera d’albergo senza problemi e prenotazioni all’ultimo dell’anno?”, “dove trovare diverse cose da fare senza programmi prefissati?”. La risposta che gli viene in mente è …. “ma certo, Genova!”. Vasco ci è passato diverse volte ma non gli è mai venuto in mente di fermarsi a visitare la città.  Come molti, anche lui è stato vittima di una sorta di “rimozione” della città dal novero delle mete possibili nonostante da essa passi una delle direttrici vacanziere più frequentate, quella verso le coste liguri. Eppure Genova non è stata una città così marginale nel corso degli ultimi 8-900 anni! Una certa attrazione per Genova per la verità Vasco la aveva avvertita non tanto in occasione delle sue uscite più o meno frequenti verso le località balneari della riviera ma girovagando per Istanbul e venendosi a trovare sulla torre di Galata, al centro di quello che ancor oggi viene chiamato là “il quartiere dei genovesi”, reminescenza di una presenza ed influenza che risaliva ai tempi dell’antica Bisanzio e che in effetti era estremamente ramificata in molti angoli del Mediterraneo ed oltre come, ad esempio, in Crimea. Genova ed i genovesi peraltro non si sono mai tirati indietro dal corso della storia e ne sono sempre stati protagonisti, a partire dalle Crociate passando per le Repubbliche marinare, il Rinascimento, il Risorgimento,  la Resistenza, l’industrializzazione e la post-industrializzazione. Senza dimenticare un certo Cristoforo Colombo.

 
Genova, vista del centro con in primo piano alcuni palazzi di via Garibaldi
 
Porto di Genova, il molo delle navi da crocera - 1/1/2013
Girando tra i quartieri e guardando la città dalla spianata del Castelletto, Vasco rileva come, sorprendentemente, tutte queste epoche storiche siano lì, visibili, quasi accastonate le une sulle altre, compresse dai rilievi alle spalle e dal mare di fronte, disposte ad anfiteatro seguendo il profilo del golfo: il porto antico, i cantieri navali, i moli delle navi da crociera ed i depositi di container, la lanterna, il centro medioevale con le sue torri e chiese, i palazzi rinascimentali ed umbertini, le costruzioni e le strade degli anni 60 e 70, gli edifici e le opere architettoniche degli anni ’90 e oltre.
Una conformazione del territorio che, oltre ad essere naturalmente bella, rende possibile questa “leggibilità” della storia negli insediamenti laddove, in altre città, questi si distribuiscono su spazi diversi e dispersi sul territorio. Oppure si sedimentano le une sulle altre, cancellando le precedenti. In qualche caso magari si conservano integre  o vengono ricostruite più o meno bene. Il tutto, a prima vista, e questa è l’impressione che molti hanno passando distrattamente dalla città, può dare una sensazione di confusione o di dis-armonia. Vasco però  trova questa superficiale confusione piuttosto affascinante: come se Genova non volesse buttare via niente della sua storia… perfino la sopraelevata che costeggia il porto ferendone in modo brutale la continuità con i  quartieri centrali è testimonianza di un’epoca, quella della fase finale del boom economico italiano degli anni 60, quando lo sviluppo impetuoso richiedeva soluzioni veloci senza farsi troppi problemi. Anche le infrastrutture portuali industriali, più o meno in funzione o magari abbandonate, sono in continuità con i quartieri abitativi e circondano l’antico porto della Repubblica marinara che, in parte, è ancora lì, costretto a convivere con i panfili miliardari e le architetture post moderne di Renzo Piano.
Spianata del Castelletto, Genova - 31/12/2012,
 
Via del Campo, Genova - 31/12/2012
Appena dietro, passeggiando, Vasco viene a trovarsi nella famosa ed anche un po’ famigerata zona di Pre’, dove i carrugi e le alte case spesso trasandate creano un effetto di “kasbah” molto “mediterranea”,  oggi multietnica e forse poco genovese ma che lui trova intrigante, esibendo tutti i segni dei suoi tanti anni e, proprio per questo,  “vissuta”, non “sterilizzata”,  testimone di una globalizzazione fatta da uomini (e da donne) e non da  griffe commerciali. Girando l’angolo dopo una serie di viuzze Vasco poi si viene a trovare in tutta un’altra dimensione ed epoca storica: quella del Rinascimento e dei palazzi delle famiglie patrizie genovesi cosiddetti dei “Rolli” cioè atti per la loro sontuosità ad ospitare delegazioni e visite di stato, disposti lungo via Garibaldi e recentemente inseriti nei patrimoni UNESCO. Più avanti invece incontra la zona “Umbertina” post-risorgimentale. Riscendendo invece verso il porto, incrocia alcuni degli angoli più belli della città, come la Cattedrale di San Lorenzo e la piazza San Matteo racchiusa dai palazzi dei Doria.    
Palazzo della Borsa in Piazza De Ferrari
 
Passeggiando per il centro di Genova - 1/1/2013
 


Porta Soprana lungo la cinta muraria del XII secolo, Genova - 1/1/2013


Piazza Dante, Genova - 1/1/2013
 
Carrugi e portali, Genova - 1/1/


Genova in effetti offre molte cose da vedere e fare. A parte l’Acquario, che Vasco e consorte non avevano voglia di vedere, come grande e storica città offre un nutrito pacchetto di visite museali e di mostre temporanee ben organizzate e di agevole fruizione. In occasione di San Silvestro, ad esempio,  il Palazzo Ducale è rimasto aperto fino alle 2 di notte e Vasco e consorte hanno iniziato l’anno visitando la mostra allestita per Mirò e, soprattutto, l’eccellente esposizione delle opere di Steve McCurry, con i suoi magnifici ritratti fotografici, in particolare quelli ripresi in India, Birmania ed Afghanistan.
Via San Lorenzo, Genova - 31/12/2012

Cattedrale di San Lorenzo, Genova - 31/12/2012

Il Bigo di Renzo Piano nel porto antico di Genova - 31/12/2012

Taglio di farinata presso San Lorenzo, Genova - 31/12/2012
E’ sempre piuttosto problematico,  quando si viaggia  in occasione delle festività, trovare la “giusta” soluzione per soddisfare l’appetito: da qualche anno Vasco ha abolito, quando si trova in giro, i “cenoni” di fine anno ed adottato la politica del digiuno virtuale. Traduzione genovese di questa politica:  niente cena, bottiglia di buon Champagne portata da casa, assiettes a volontà di focaccia, focaccia al formaggio, focaccia alla cipolla, farinata, pizza margherita, pizza alle acciughe e, come dolce, una decina di baci di dama. Il tutto in parte degustato per strada ed in parte nella camera d’albergo ascoltando il discorso del Presidente Napolitano. Naturalmente Vasco non poteva planare a Genova senza soddisfare la voglia di focaccia che lo assale in modo irresistibile ogniqualvolta scollina i Giovi od il Turchino. La buona notizia è che, a Genova, anche nel tardo pomeriggio di San Silvestro, si trova ancora qualche panetteria o rosticceria aperta dove approvvigionarsi. Il livello qualitativo si è dimostrato comunque sempre più che soddisfacente, anche se forse alcune delle panetterie migliori erano già chiuse. Buona comunque anche la focaccia e la farinata della rosticceria sulla viuzza a destra di San Lorenzo aperta ancora in tarda serata. In generale la focaccia genovese è piuttosto bassa, gradevolmente unta ed appena croccante con discrete variazioni da un posto all’altro ed anche rispetto ad altre località della riviera. La focaccia al formaggio è sempre gustosa ma non raggiunge i vertici di eccellenza assoluta della sua capitale intergalattica: Recco e la vicina Camogli. La pizza in Liguria lascia Vasco sempre un po’ interdetto: la mangia comunque per golosità ma non lo convince mai completamente, a parte forse spostandosi verso ponente dove progressivamente entra nell’area geopolitica della pissaladiere. Genova certamente offre dal punto di vista gastronomico molto più della focaccia e la cucina ligure è da sempre una delle preferite di Vasco, fin da quando ancora bambino azzerava nelle trattorie del ponente enormi marmitte di ravioli alla borragine, lasciando attoniti i suoi familiari e pure le cameriere che lo guardavano quasi spaventate.

Boccadasse, Genova - 1/1/2013

Ma Capodanno, anche qui, non è la giornata giusta per chiudersi in ristorante e Vasco e consorte preferiscono dedicare le ore migliori del giorno a proseguire la visita della città. Capitano infine in uno dei luoghi più sorprendenti di Genova, nascosto dietro un promontorio lungo la strada per Nervi prima di Quarto (anche qui un pezzo di storia d’Italia…) che pochi conoscono, a parte chi frequenta Genova ed il Commissario Montalbano nelle rare volte in cui va a trovare la sua fidanzata: Boccadasse. Una specie di piccolo paesino ligure tradizionale incastonato in una baia con la sua spiaggetta di ciottoli e le sue barchette, le sue case dai colori vivaci e le onde che si infrangono sulla scogliera. Un altro magnifico tassello  incastonato nel caleidoscopio poliedrico del capoluogo ligure.

Acciughe fritte, Genova -1/1/2013 
Inaspettatamente, Vasco poi ha modo di mangiarsi a Boccadasse qualcosa alle 15,30 del 1 gennaio, quando ormai si era rassegnato a non dare sollievo ai morsi della fame che lo attanagliavano dopo il digiuno virtuale di San Silvestro.
Stoccafisso in brandacujun
La gentilissima proprietaria della Trattoria “Da Osvaldo” gli fa preparare un ottimo piatto di acciughe fritte come entrèe  e poi Vasco si degusta uno dei piatti liguri più tradizionali: lo stoccafisso a brandacujun qui preparato in modo veramente gustoso. Vasco nell’accompagnarlo con un buon bicchiere di Vermentino delle Cinque Terre, lo sente liberare nel palato la sua delicatezza di pesce del nord, pescato ed essicato alle Lofoten, arrivato  qui grazie alle antiche rotte commerciali che legavano le città anseatiche alle repubblica marinare italiche ed accolto in Liguria con tutti gli onori e le attenzioni dai pinoli, dalle spezie e da uno dei migliori oli d’oliva del mondo. Buon anno, vecchio Stockfish, ci rivediamo a Genova!      
Genova a Capodanno  - 1 gennaio 2013